Art | Written by Francesca

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The monday review // Biennale edition

Un weekend lungo a Venezia, si sa, è sempre una buona idea. Ancora meglio se è periodo di Biennale! Tassativi due giorni per visitare i padiglioni dei Giardini e l’Arsenale, e se possibile altri due per dare un’occhiata alle esposizioni collaterali in giro per la città – anche se non basterebbe un mese intero per vedere tutto: il programma è così ricco da far girare la testa. Ma andiamo per ordine. Avete studiato ingegneria e il vostro impiego è servire caffè? Sentite che la vostra carriera universitaria è stata un buco nell’acqua in questo mondo del lavoro disastroso? Ripensate con rammarico a quando avete interrotto quell’utilissimo corso di germanistica? L’importante è che abbiate conservato quel dannato badge che vi faceva accedere ai distributori automatici della biblioteca e vi piazzava nella comfort zone di studente, così avrete sconti ovunque. Portatevelo dietro, dimostrando a tutti la vera utilità del sistema universitario, e cominciate ad esplorare i Giardini della Biennale. Tra piscine di acqua rossa, poesie sudamericane, installazioni che giocano con luci e ombre, c’è davvero da meravigliarsi – e non bisogna ostinarsi a voler “capire”, o si rimarrà inevitabilmente delusi. La fauna in visita alla Biennale è varia, e comprende anche il genere peggiore: gli apprensivi, aka “quelli che devono interpretare tutto”. Si aggirano forsennati con gli occhi bassi su quel tomo che è il catalogo, si sforzano di dare un significato ad ogni cosa, indossano scarpe troppo comode, commentano, pontificano, prendono appunti, bruciano un sacco di calorie e se la godono pochissimo. Non fate questo errore.

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Una top 3 dei Giardini? Ma sì, facciamola! Al terzo posto l’Olanda, che con il suo tappeto di boccioli di rosa essiccati ti avvolge in un profumo estasiante. Una parete è interamente dedicata alle nuances della terra, un’altra alle fotografie di un hippie-eremita che vive in simbiosi con la natura, e nell’insieme tutto il padiglione trasmette una certa pace dei sensi. Al secondo posto il Giappone, che con l’installazione The Key In The Hand di Chiharu Shiota ti imprigiona in un intricatissimo reticolo di fili rossi e chiavi provenienti da tutto il mondo. Al primo posto il Canada, con due ambienti separati estremamente originali e curiosi. Ci si imbatte inizialmente nella riproduzione di un tipico mini-market del Québec, con tanto di prodotti (incredibile la selezione di salse e dressings a disposizione dei canadesi!) e telecamere di sorveglianza. Si passa poi ad un laboratorio d’artista, pieno di barattoli di vernice, disordinato, con improbabili oggetti appoggiati e appesi ovunque: figure sacre trasformate in icone pop, animaletti, statuine rotte, personaggi di Star Wars utilizzati come vasi, utensili… In una miscellanea psichedelica accompagnata dalla musica di una radio disturbata. Geniale.

Può darsi che tutta quest’arte vi faccia venire fame, ad un certo punto, per cui ecco qui un consiglio: non cedete alla tentazione del tramezzino, perché sarà il tramezzino più costoso, più piccolo e più congelato che abbiate mai mangiato. Resistete. Una volta terminato il tour dei Giardini, in uscita fate tappa alla Serra: il bar nella verdissima glasshouse è l’ideale per rifocillarsi un po’, ed una gioia – l’ennesima – per gli occhi.

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Pronti per l’Arsenale? Pensate di sì? Allora preparatevi psicologicamente ad un quasi onnipresente sonoro alla Eyes Wide Shut: sembra che qualcosa di inquietante e terribile debba succedere svoltando ogni angolo, all’improvviso. Un altro leitmotiv uditivo è il semi-ultrasuono che farebbe impazzire cani e gatti, romperebbe i bicchieri di cristallo e per noi si limita ad essere fastidioso. Perché ci fanno questo? La risposta forse sta nel tema di questa edizione: All The World’s Futures. Gli artisti sono stati chiamati ad interpretare questa sorta di age of anxiety che è la nostra epoca, caratterizzata da un enorme progresso e allo stesso tempo immersa nella più profonda incertezza riguardo il futuro. A pensarci bene, la scelta dei suoni sembra piuttosto azzeccata. Abbondano installazioni video di denuncia sociale e opere contro ogni tipo di discriminazione, ma un percorso più colorato e figurativo alleggerisce gli animi verso la fine della visita. The Phoenix dell’artista cinese Xu Bing, mastodontica fenice costruita con materiali recuperati dai cantieri, sembra rinata dalle ceneri per lasciarci a bocca aperta, e vale il biglietto anche da sola. E’ possibile passeggiare anche nell’adorabile Giardino delle Vergini, area espositiva nonché luogo perfetto per rilassarsi al sole. Rilassarsi, ma non troppo: là fuori ci sono oltre 40 eventi collaterali che meritano la giusta attenzione. Imprescindibile il padiglione della Lituania, soprattutto per la location: Palazzo Zenobio e il suo incantevole parco. La maggior parte di queste esposizioni ha luogo in palazzi storici veneziani da sogno, spesso non aperti al pubblico in altri periodi dell’anno, per cui è un’opportunità che non avrebbe senso sprecare. In giro per la città è possibile trovare mappe o addirittura piccole guide gratuite di tutti gli eventi, divisi per zone.

Fuori dal coro si colloca The Bridges of Graffiti, all’Arterminal di San Basilio. La mostra riprende l’arte di strada nata nell’underground newyorkese, ma non ne ripercorre la storia: la chiave di lettura e la realizzazione sono contemporanee.  I dieci artisti coinvolti hanno cooperato per creare uno spazio unitario, mantenendo però la propria unicità, e gli scatti di Martha Cooper sono la giusta introduzione.

Quando ci si allontana dai turisti in sandali e calzini di Piazza San Marco, Venezia è davvero il paradiso, e la Biennale non fa altro che aggiungere curiosità e ulteriori stimoli ad un luogo già di per sé magico. Un appuntamento fisso per gli amanti (chi più, chi meno) dell’arte, di sicuro per noi.

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