Pop Culture | Written by Sara

lolita cover

Lolita. Icona di stile

Abbiamo incontrato Giulia Pivetta da Ofelè in via Savona per un caffè accompagnato a una piacevole chiacchierata pomeridiana. Giulia, giornalista di costume, ricercatrice indipendente e autrice, ha pubblicato da poco il suo terzo libro: il 15 settembre è uscito Lolita. Icona di stile. Inutile dire che per me è stata una grande sorpresa vederlo in libreria: quel rosa pastello mi ha da subito incuriosita, avvicinandomi allo scaffale ho visto che in copertina c’era un vestito di Vivetta Ponti della Collezione SS13.

 

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Giulia ci confida che questo, tra i tre volumi che ha pubblicato, è quello che sente più suo. Con 24 ORE Cultura ha pubblicato altri due libri, Barber Couture. Tagli, stili e accessori 1940-1960 e Ladies’s Haircult. Tagli, stili e accessori 1920-1980.
L’autrice, mediante una meticolosa attività di ricerca e di analisi dei trend, traccia i modelli culturali di quello che lei stessa definisce un archetipo: da Brigitte Bardot a Chloë Sevigny e a Tavi Gevinson che all’età di undici anni dà origine al blog style Rookie, dai college americani alle strade di Tokyo. Pensando alla lolita giapponese, mi vengono in mente gli scatti del fotografo Shoichi Aoki il quale, a partire dagli anni ’90, inizia a ritrarre gli abitanti di Harajuku, quartiere fashion di Tokyo, dove giovani ragazze si agghindano con abiti dalle maniche a sbuffo, grembiulini e indossano un paio di innocenti Mary Jane.

 

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Il lolitismo è un’estetica, uno stile, un modo di abbigliarsi che ha acquisito un’importanza fondamentale, così tanto da riuscire a influenzare moltissimi brand e ispirarli sostanzialmente fino a diventare il leitmotiv della collezione, implicitamente o esplicitamente. Ma il prototipo di questa giovane fanciulla non si esaurisce con l’abbigliamento e con l’immagine, si tratta sì di una questione estetica ma non solo: dietro c’è tutto un modo di atteggiarsi, di gesticolare, di relazionarsi, di porsi, di guardare e di richiamare l’attenzione.

 

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Però è bene sapere che questa bellezza momentanea e passeggera, questo momento di transizione tra l’infanzia e l’età adulta, questo modo di vivere spontaneamente e liberamente è stato spesso affrontato in maniera sbagliata dalla società e, addirittura, storpiato di significato e deriso, riducendo questa figura femminile a qualcosa di molto simile ad una femme fatale. Caduto in un semplicismo senza un reale motivo, l’autrice vuole qui rivendicare e legittimare la vera identità di lolita e lo fa attraverso un esame critico con tutte le sue sfaccettature attraverso le quali moltissime ragazze si sono sicuramente riconosciute.

 

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Sono passati sessant’anni dal romanzo di Vladimir Nabokov, un romanzo basato sulla fissazione di un uomo di mezza età, il protagonista, il quale si invaghisce di una ragazzina di 12 anni. Questo è il punto di partenza, da lì i modi di essere lolita si sono moltiplicati, ciascuno con le sue sfumature e le sue diversità, anche a secondo del contesto di sfondo e delle influenze del gruppo di appartenenza.

 

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Il libro è ricco di riferimenti sociali e culturali e vanta un’enorme ricerca iconografica: le fotografie scelte personalmente da Giulia appartengono all’universo della moda, del cinema, della musica. Susy Bishop in Moonrise Kingdom, Jodie Foster in Taxi Driver, Jules e Jim di Truffaut. Scopriamo che la grande passione della scrittrice sono gli anni ’60 e non potevano mancare in questo libro Catherine Deneuve e Jane Birkin, così come Twiggy, Mary Quant e François Hardy.

 

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Custodiamo ancora in soffitta i diari di quando eravamo ragazzine, ricordiamo i pigiama party con le amiche, l’ebbrezza di essere teen, quel senso di emergente indipendenza, le lunghe telefonate, un mondo femminile fatto anche di leggerezza e di volubilità, il primo rossetto, le prime scarpe col tacco.

 

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“Ci sembra chiaro che il termine lolita è stato storpiato perdendo il suo significato originale: come gli hippy non si risolvono in pace, amore e capelli lunghi, così anche lolita non si esaurisce nella banale rappresentazione di una ragazzina maliziosa”.

 

Ringraziamo Giulia per averci dedicato un po’ di tempo

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